Leggendo un articolo scritto dall’archeologo calabrese Francesco Cuteri, in cui descriveva i villaggi calabresi, che gli abitanti avevano dovuto abbandonare a causa dei terremoti, frane, alluvioni o bombardamenti, tra i nomi dei villaggi abbandonati, vi erano Cirella Vecchia, Castelmonardo (Filadelfia VV), Rocca Falluca, Rocca d’Angitola, Mileto, l’amata residenza di Ruggiero di Guiscardo, Papaglionti, Canolo Vecchio, Rogudi Vecchio, Mesiano Antico, e tra questi vi era Briatico Vecchia, tutti villaggi che il tempo, la natura e la spoliazione dell’uomo, li hanno ormai ridotti a cumuli di macerie.
Alcuni questi villaggi li ho già visitati, ma Briatico Vecchia, con la descrizione che ne dava il Cutera, come villaggio distrutto dal tremendo terremoto 5 febbraio del 1783, e da quel giorno in poi abbandonato tanto era stata la distruzione, mi incuriosì e mi attrasse e proseguii, a reperire maggiori informazioni, e mi sono imbattuto sul sito di Tropeamagazine, in un articolo redatto da Francesco Pugliese, incentrato sul rinvenimento di un atto notarile del 1600, scritto dal notaio Pietro Gallarano. Notaio che nel 1631 si era recato a Briatico Vecchia, un paese della allora Calabria Ultra, e ne dava una descrizione fisica ed economica, descrivendolo come un paese posto sopra una ‘montetto’ di pietra dolce, facile da proteggere a causa dei muraglioni naturali, un paese pieno di vita, con dottori, medici, speziali, massari, scarpari, preti, monache, fabbricatori di bracciali, una terra dolce, in cui si coltivano vigne, uliveti, frutti donati da una generosa terra, posizionato in un luogo da cui si ha la vista del mare ed una bellissima vista delle colline, e poi continua descrivendo gli edifici ed elenca le chiese, i monasteri, le torri di guardia, il palazzo del signore, e ne descrive anche le vie ‘penninose inselciate di selce’, e poi continua descrivendo i casali e l’attività che si svolgeva presso la ‘Rocchetta’ posta in riva al mare ‘…Detto luogo è Carricaturo, dove si tiene, e si può tener traffico di carriare ogli, grani, casi, bambace, sete et altro, che la terra predetta abbonda, e tiene, e fa in quantità…’
Dopo queste letture, non si poteva fare altro che visitare questo luogo, ‘fantastico’, che aveva ormai riempito la mia, la nostra immaginazione.
Briatico attuale è posto sul mare nella provincia di Vibo Valentia, Briatico Vecchia, è a due chilometri ma all’interno. Per raggiungerlo non vi sono indicazioni, e le persone di Briatico, a cui ho chiesto informazioni, mi hanno fornito discordanti informazioni fatte di ricordi giovanili.
I tentativi per raggiungere il villaggio, sono stati due, una prima volta abbiamo intrapreso la strada che conduce a San Costantino, ma Briatico Vecchia l’abbiamo potuto ammirare dall’altra parte della fiumara Murria, dato che tra il luogo dove noi eravamo e Briatico Vecchia, ci separava un profondo vallone, ma quel giorno ci siamo deliziati ugualmente della visita al villaggio rupestre dello XI secolo di Zungri.
La seconda volta abbiamo preso la strada che conduce a San Cono, ma intenzionati a raggiungerlo, abbiamo applicato la testardaggine di calabrese, quindi non potevamo mancare la meta. La nostra fortuna è stata quella di incontrare un contadino che stava potando degli ulivi, che con un calmo sguardo azzurro posto in risalto dalla pelle abbronzata, ci ha indirizzati sulla giusta strada!
Abbiamo lasciato la macchina in prossimità della strada asfaltata, e ci siamo incamminati, lungo una strada sterrata, ed al primo bivio abbiamo svoltato a destra, (l’altra strada conduce ad una cava).
Briatico Vecchia è posta ad una altezza di 150 metri, ma l’inizio di questo percorso, si trova più all’interno di Briatico Vecchia ed a una altezza maggiore. Percorriamo il crinale di una collina, nominato San Rocco, ed attraversiamo, un paio di recinzioni poste ad impedire l’accesso o la fuga degli animali al pascolo. Incrociamo uno steccato in legno che delimita un sentiero, sicuramente il segno lasciato da qualche associazione o proloco che aveva cercato di ripristinare un vecchio tragitto.
Da qui intravediamo i ruderi dei muri di cinta, mentre sulla sommità si scorge quel che rimane dell’antico castello, e sui lati delle colline si intravedono delle grotte, che poi scopriremo non sono altro che stanze con i soffitti a botte, ma ancora non siamo arrivati, ed un difficoltoso e stretto passaggio ci separa da questa rocca. Ci incamminiamo in uno stretto passaggio e notiamo dei consumati gradini intagliati nella roccia, sicuramente doveva essere il vecchio accesso dal lato monte. Le mura di cinta che incontriamo fanno assumere a Briatico Vecchia, l’aspetto di una grande nave, la collina che lo sostiene è di colore bianco, ed altro non è che una roccia, di friabile arenaria zeppa di conchiglie fossili. Ai lati di questa collina, che assume l’aspetto di un isolotto, scorrono due fiumare, Murria e Spadara, di cui se ne sente lo scrosciare delle acque. L’ingresso al villaggio è salutato da una piccola volpe che ci guarda ‘sbigottita’, a da cavalli con timidi puledri vellutati, che armoniosi con il luogo e indifferenti alla nostra presenza pascolano tra le rovine.
Abbiamo iniziato a girovagare tra i ruderi di Briatico Vecchio, grazie ai sentieri tracciati dai cavalli e dalle mucche, dato che i rovi e gli alberi crescono incontrollati dove una volta vi erano saloni o chiese. Ci siamo addentrati, nei locali che credevamo fossero grotte, e molte di queste hanno ancora intatto il soffitto a botte, ormai divenute rifugio per animali. Riusciamo ad entrare anche nelle stanze fortificate del castello, qui le mura sono spesse circa quattro metri, questo giustifica la loro interezza. Ma gli elementi più suggestivi che ci hanno colpito, sono stati i pochi resti della bugnatura del castello, composta da pietre in arenaria scolpite a diamante, che mettono in risalto l’arte dell’abbellimento che si esercitava e non solo il carattere difensivo ed austero che solitamente hanno i castelli arroccati.
Soddisfatti di averlo visitato, ritorniamo con la luce rossa del tramonto, che illumina grossi nuvoloni, mentre la nostra vista spazia sull’altopiano del monte Poro e l’ampio specchio di mare del golfo di Santa Eufemia. Sperando sempre che questi luoghi dell’abbandono, diventino luoghi di memoria!
Per rendere condivisibile il percorso, a questo link si può scaricare la traccia del percorso http://www.gpsies.com/map.do?fileId=lhnshyskxtalnwio (.kml o altri formati) oppure visionare il tragitto utilizzando il software ‘google earth’ scaricando la traccia in formato .kml. Il percorso è lungo 6 chilometri compreso il ritorno, con un dislivello di 250 metri, e si svolge su strada sterrata e sentiero. Il percorso è un po’ disagevole, quindi bisogna essere attrezzati di scarpe adatte!
Per leggere per intero l’atto notarile, collegarsi al link sul sito di Tropeamagazine http://www.tropeamagazine.it/briaticovecchia/francescopugliese/
http://www.tropeamagazine.it/briaticovecchia/francescopugliese/, di cui vi allego parte del documento.
Amantea, maggio 2014
Buon camino da Giuliano!
Stralcio dell’atto notarile
“Briatico in Calabria Ultra.
Stà la Terra posta in luogo eminenti edificata sopra un Monti di pietra dolce, che gli potia far muraglia naturale; però per maggior securtà, e fortezza sopra detta pietra è murata di muraglie artificiali, con torrioncelli di convenienti grossezza attorno, che viene a essere la Terra predetta forte, e con poca gente; si può difendere da' nemici, et è distanti dalla marina un miglio circa; attorno detto Montetto sono pastinati alle sue falde diversi frutti, seu giardini bellissimi, però per la carestia di genti per non esserno governati stanno maltrattati, et al piano di detto Montetto vi cegne un fiumicello da due parti, et attorno detto Montetto, seu Terra sono altre montagliole di buonissimo terreno, dove sono territorji piani, vigne, oliveti, frutti et altro, che oltre la vista di mare tiene bellissima vista di colline, territorji, valli, et altro attorno. S'entra in detta Terra da due parti, una stà verso Mezzogiorno e l'altra verso occidenti, però quella che stà verso Occidenti stà fabbricata causa delle guardie, che fanno della pesti, e vuole, che s'entri solo per detta porta verso Mezzogiorno, qual è fortissima per avere un altra contraporta più sopra. Le strade di detta Terra sono quasi tutti penninose inselicati di selci, che a tempo di pioggie si mantengono asciutti.
Le case di detta Terra sono di buonissimo magisterio coverti a nostra usanza napolitana, e di tegole, e pare da fora una grossa Terra, però da dentro per essernoci pochi abitanti è assai desolata, e si vede, che ci mancano assai genti, e quelle poche genti, che sono molti uomini civili che vivono d'entrati nobilmente, vi sono doi Dottori, un Medico, un Spetiale, tre Barbieri, cinque Sartori, doi Scarpari, un fabbricatore, faticatori, bracciali, Massari, et altri poveri per esser la Terra predetta assai strutta ut sopra, mà compariscono così gli huomini, come le Donne d'honorevoli vestiti, tengono, et usano civile conversazione per quello che apertamente si può conoscere, e considerare, sono persone astute, trafficanti, pieni di malizia, e tengono corrispondenza tanto nelle città del contorno, quanto per le parti trafficanti del presenti Regno. …”
domenica 11 maggio 2014
sabato 8 marzo 2014
La via delle torri, da torre Gallo a Torre Conocchia, ritornando dal Tuvolo
Escursioni tra storia e natura: ‘La via delle torri di avvistamento e difesa’
• Percorso – Dalla torre Gallo alla torre Conocchia, transitando nella valle di Gallo, con il ritorno dal Tuvolo.
• Dati tecnici - Il percorso è di circa 15 chilometri, con un dislivello di 400 metri, si svolge su strada sterrata ed asfaltata, è un tragitto ad anello ed è adatto a tutti, percorribile in circa cinque ore!
Buon cammino!
Questa escursione ha come particolarità, la vista alla casa torre Gallo e Conocchia. Le casi torri sono delle costruzioni a forma di parallepipedo di lato 5/6 metri poste su tre piani, la data di costruzione risale circa al 1600, ad opera dei dei feudatari per proteggere il raccolto dei campi e i 'propri' contadini. La casa torre quindi è un rifugio utilizzato dai contadini, che vi si barricavano all'interno, stipandovi i beni preziosi, quali i familiari, il raccolto e gli animali domestici. Le case torri sono caratterizzate da caditoie poste in corrispondenza della porta d'ingresso o altre aperture. Da queste caditoie poste all'altezza della soffitta, venivano lanciate pietre o altri oggetti o liquidi che potevano far desistere l'incursore saraceno, brigante o qualunque altro malintenzionato, oltre le caditoie sono le feritoie da cui poter osservare dall'interno senza esser visti, oppure utilizzate per tirare qualche tiro di arma da fuoco.
L'escursione ha inizio, dal ponte del fiume Olivo posto sulla SS18, e si imbocca la strada sterrata collocata tra la strada SS108 che conduce ad Aiello Calabro e il fiume Olivo.
E' una calma e azzurra giornata di febbraio, all'appello vi sono Franco, Svietlana, Orietta, Rocco ed io, colazione a sacco, un paio di scarpe comode, macchina fotografica e 'gambe in spalle' si parte.
Lungo il percorso si vede il fiume di Olive scorrere veloce, si incontrano i contadini che preparano il terreno per la coltivazione delle cipolle, ma la cosa più interessante sono le collina che si ergono alla destra orografica del fiume, e cioè ‘Cozzo Piano Grande’ e ‘Cozzo Carmineantonio’, sono le colline in cui sono stati fatti i ritrovamenti delle tombe a grotticella datate XVIII – XIV secolo a.c. di età arcaica. I ritrovamenti si possono ammirare nell’Antiquarium di Serra Aiello, gestito da un gruppo di volontari disponibilissimi ad illustrare i ritrovamenti, di particolare bellezza il corredo funerario di una donna definita 'la regina'. Ma oltre a queste tombe, in località ‘Imbelli’, è stato un Santuario datato 500 avanti Cristo, risalente ai coloni della Magna Grecia.
Chiacchierando sulla storia che ci 'accerchia', dopo circa 2,3 km la stradina ci conduce fino a torre Gallo, siamo accolti da 5 o più cagnolini e da un'oca 'da guardia' e dalla signora Emilia, che ci aveva scambiati per i 'mascerati di carnevale', visitiamo la torre e i sui apparati difensivi, si notano le due caditoie poste in direzione delle porte d’ingresso e l'incisione su una pietra arenaria, l'ipotetica data di costruzione 16?1. Torre Gallo era in comunicazione con torre Conocchia, e torre San Giovanni da cui era possibile raccogliere i segnali di avviso per allestire una veloce difesa. La posizione di torre Gallo era strategica dato che era posta all'imbocco del fiume d'Olivo. La torre è ben tenuta, e il probabile riuso sarebbe un piccolo agriturismo (che ben venga).
Lasciamo la torre e la signora Emilia e proseguiamo sulla strada principale, dopo il locale San Michele, si imbocca una strada che svolta a destra che si addentra nel fiume Olivo, si passa sotto il ponte della SS108 ed inizia una leggera salita, da cui si nota sulla destra un vasto uliveto e la contrada Gallo e contrada San Michele. Si giunge a torre Conocchia, che si eleva nella sua altezza di circa 12 metri a pianta quadrata, e si sviluppa su tre piani. La torre presenta ancora le mensole utilizzate per la difesa piombante, in asse con le porte d’ingresso, e diverse feritoie, ed è presente anche un piccolo ponte, ora in cemento che permette l'ingresso, e da cui entro per visitarne l'interno. Vi è una prima scala in arenaria con stretti e alti gradini, le altre scale sono in legno, la costruzione è quasi priva di tetto e questo comporterà nel tempo il crollo e disfacimento delle mura (mi piange il cuore). Questa torre domina tutta la valle di Gallo ed è in comunicazione con torre Gallo e la torre costiera di San Giovanni di Campora San Giovanni. Nei dintorni della torre sono stati ritrovati, i resti di una villa romana, del I secolo dopo Cristo, sul sito sono visibili strutture in opus caementicium, pithoi per derrate (grossi recipienti interrati), che evidenziandola presenza di una villa in vita dal I al V sec.d.c. (tratto da Villae romanae nell'Ager Bruttius. Il paesaggio rurale calabrese durante il dominio romano).
Torre Conocchia, necessita di interventi urgenti di ristrutturazione, ormai il tetto ha ceduto ed una importante fenditura si sta aprendo su di un lato. Dialogando con i proprietari, dicevano che fin quando era abitata, la manutenzione veniva eseguita oggi è abbandonata alle intemperie. Volendo si può tornare sulla strada appena percorsa, oppure continuare e godersi della vista degli iris bianche e azzurri, dei profumi primaverili o autunnali della campagna di Gallo abitata da persone operose intente ad accudire gli uliveti e le vigne.
Noi oggi continuiamo e seguiamo lo strada che conduce alla chiesa di Sant'Elia, che in poco tempo raggiungiamo, ed imbocchiamo la strada che conduce al Tuvolo, ci troviamo al punto più alto del cammino, siamo a circa 400 metri sul livello del mare, ed il mare oggi è di un bel blu ed è chiazzato di macchie più scure che sembrano arcipelaghi, altro non sono che l'ombra delle nuvole che viaggiano leggere sopra di noi. Lo Stromboli con il suo pennacchio di fumo da questa posizione mostra tutta la sua grandezza.
In prossimità dell'agriturismo Cannatiello, il nostro amico Nino e il suo cane Tea, ci accolgono nella sua 'stupenda' casa, offrendoci un buon caffè ed una vista a 180 gradi del mare.
Riprendiamo la strada e questa volta di avventuriamo in una ripidissima discesa, tra le pietre calcare del Tuvolo, in poco tempo raggiungiamo Pietra Tagliata, vicino l'ex discoteca Il Fauno, ormai siamo arrivati in prossimità del fiume Olivo, e soddisfatti, stanchi e appagati ci congediamo da questo 'cammino fatto insieme'
Alla prossima!
Il camminante: Giuliano Guido
Per chi volesse scaricare il file del percorso, può farlo, linkando la mappa sottostante, servizio offerto dal sito Gpsies.
• Percorso – Dalla torre Gallo alla torre Conocchia, transitando nella valle di Gallo, con il ritorno dal Tuvolo.
• Dati tecnici - Il percorso è di circa 15 chilometri, con un dislivello di 400 metri, si svolge su strada sterrata ed asfaltata, è un tragitto ad anello ed è adatto a tutti, percorribile in circa cinque ore!
Buon cammino!
Questa escursione ha come particolarità, la vista alla casa torre Gallo e Conocchia. Le casi torri sono delle costruzioni a forma di parallepipedo di lato 5/6 metri poste su tre piani, la data di costruzione risale circa al 1600, ad opera dei dei feudatari per proteggere il raccolto dei campi e i 'propri' contadini. La casa torre quindi è un rifugio utilizzato dai contadini, che vi si barricavano all'interno, stipandovi i beni preziosi, quali i familiari, il raccolto e gli animali domestici. Le case torri sono caratterizzate da caditoie poste in corrispondenza della porta d'ingresso o altre aperture. Da queste caditoie poste all'altezza della soffitta, venivano lanciate pietre o altri oggetti o liquidi che potevano far desistere l'incursore saraceno, brigante o qualunque altro malintenzionato, oltre le caditoie sono le feritoie da cui poter osservare dall'interno senza esser visti, oppure utilizzate per tirare qualche tiro di arma da fuoco.
L'escursione ha inizio, dal ponte del fiume Olivo posto sulla SS18, e si imbocca la strada sterrata collocata tra la strada SS108 che conduce ad Aiello Calabro e il fiume Olivo.
E' una calma e azzurra giornata di febbraio, all'appello vi sono Franco, Svietlana, Orietta, Rocco ed io, colazione a sacco, un paio di scarpe comode, macchina fotografica e 'gambe in spalle' si parte.
Lungo il percorso si vede il fiume di Olive scorrere veloce, si incontrano i contadini che preparano il terreno per la coltivazione delle cipolle, ma la cosa più interessante sono le collina che si ergono alla destra orografica del fiume, e cioè ‘Cozzo Piano Grande’ e ‘Cozzo Carmineantonio’, sono le colline in cui sono stati fatti i ritrovamenti delle tombe a grotticella datate XVIII – XIV secolo a.c. di età arcaica. I ritrovamenti si possono ammirare nell’Antiquarium di Serra Aiello, gestito da un gruppo di volontari disponibilissimi ad illustrare i ritrovamenti, di particolare bellezza il corredo funerario di una donna definita 'la regina'. Ma oltre a queste tombe, in località ‘Imbelli’, è stato un Santuario datato 500 avanti Cristo, risalente ai coloni della Magna Grecia.
Chiacchierando sulla storia che ci 'accerchia', dopo circa 2,3 km la stradina ci conduce fino a torre Gallo, siamo accolti da 5 o più cagnolini e da un'oca 'da guardia' e dalla signora Emilia, che ci aveva scambiati per i 'mascerati di carnevale', visitiamo la torre e i sui apparati difensivi, si notano le due caditoie poste in direzione delle porte d’ingresso e l'incisione su una pietra arenaria, l'ipotetica data di costruzione 16?1. Torre Gallo era in comunicazione con torre Conocchia, e torre San Giovanni da cui era possibile raccogliere i segnali di avviso per allestire una veloce difesa. La posizione di torre Gallo era strategica dato che era posta all'imbocco del fiume d'Olivo. La torre è ben tenuta, e il probabile riuso sarebbe un piccolo agriturismo (che ben venga).Lasciamo la torre e la signora Emilia e proseguiamo sulla strada principale, dopo il locale San Michele, si imbocca una strada che svolta a destra che si addentra nel fiume Olivo, si passa sotto il ponte della SS108 ed inizia una leggera salita, da cui si nota sulla destra un vasto uliveto e la contrada Gallo e contrada San Michele. Si giunge a torre Conocchia, che si eleva nella sua altezza di circa 12 metri a pianta quadrata, e si sviluppa su tre piani. La torre presenta ancora le mensole utilizzate per la difesa piombante, in asse con le porte d’ingresso, e diverse feritoie, ed è presente anche un piccolo ponte, ora in cemento che permette l'ingresso, e da cui entro per visitarne l'interno. Vi è una prima scala in arenaria con stretti e alti gradini, le altre scale sono in legno, la costruzione è quasi priva di tetto e questo comporterà nel tempo il crollo e disfacimento delle mura (mi piange il cuore). Questa torre domina tutta la valle di Gallo ed è in comunicazione con torre Gallo e la torre costiera di San Giovanni di Campora San Giovanni. Nei dintorni della torre sono stati ritrovati, i resti di una villa romana, del I secolo dopo Cristo, sul sito sono visibili strutture in opus caementicium, pithoi per derrate (grossi recipienti interrati), che evidenziandola presenza di una villa in vita dal I al V sec.d.c. (tratto da Villae romanae nell'Ager Bruttius. Il paesaggio rurale calabrese durante il dominio romano).
Torre Conocchia, necessita di interventi urgenti di ristrutturazione, ormai il tetto ha ceduto ed una importante fenditura si sta aprendo su di un lato. Dialogando con i proprietari, dicevano che fin quando era abitata, la manutenzione veniva eseguita oggi è abbandonata alle intemperie. Volendo si può tornare sulla strada appena percorsa, oppure continuare e godersi della vista degli iris bianche e azzurri, dei profumi primaverili o autunnali della campagna di Gallo abitata da persone operose intente ad accudire gli uliveti e le vigne.Noi oggi continuiamo e seguiamo lo strada che conduce alla chiesa di Sant'Elia, che in poco tempo raggiungiamo, ed imbocchiamo la strada che conduce al Tuvolo, ci troviamo al punto più alto del cammino, siamo a circa 400 metri sul livello del mare, ed il mare oggi è di un bel blu ed è chiazzato di macchie più scure che sembrano arcipelaghi, altro non sono che l'ombra delle nuvole che viaggiano leggere sopra di noi. Lo Stromboli con il suo pennacchio di fumo da questa posizione mostra tutta la sua grandezza.
In prossimità dell'agriturismo Cannatiello, il nostro amico Nino e il suo cane Tea, ci accolgono nella sua 'stupenda' casa, offrendoci un buon caffè ed una vista a 180 gradi del mare.
Riprendiamo la strada e questa volta di avventuriamo in una ripidissima discesa, tra le pietre calcare del Tuvolo, in poco tempo raggiungiamo Pietra Tagliata, vicino l'ex discoteca Il Fauno, ormai siamo arrivati in prossimità del fiume Olivo, e soddisfatti, stanchi e appagati ci congediamo da questo 'cammino fatto insieme'
Alla prossima!
Il camminante: Giuliano Guido
Per chi volesse scaricare il file del percorso, può farlo, linkando la mappa sottostante, servizio offerto dal sito Gpsies.giovedì 23 gennaio 2014
Escursioni tra storia e natura: ‘La via delle torri di avvistamento e difesa’. Percorso – Dalla torre San Giovanni di Campora San Giovanni alla torre della Principessa, passando per la contrada Augurato e Mirabella.
Escursioni tra storia e natura: ‘La via delle torri di avvistamento e difesa’
• Percorso – Dalla torre San Giovanni di Campora San Giovanni alla torre della Principessa, passando per la contrada Augurato e Mirabella.
• Dati tecnici - Il percorso è di circa 10 chilometri, con un dislivello di 200 metri, si svolge su strada sterrata ed asfaltata, è un tragitto ad anello ed è adatto a tutti, percorribile in circa quattro ore!
Buon cammino!
Queste escursioni o passeggiate si svolgono tra gli uliveti, le macchie mediterranee di mirto e lentisco, tra i rossi corbezzoli e i petali ‘stropicciati’ dei cisti, tra i boschi di leccio o sugherello, su promontori da cui godersi l’ampio specchio di mare del golfo di Santa Eufemia che spazia da capo Vaticano a capo Palinuro, con la visione delle isole Eolie, accompagnati dal profumo ‘giallo’ delle ginestre, o delle zagare degli agrumeti, con la vista di monte Cocuzzo o della Montea o del monte Mancuso, ma oltre questa natura che la terra di Calabria così varia nella morfologia e nella conformazione territoriale, ci offre in modo anonimo e disinteressato strati e strati di storia, accumulatosi nel corso dei millenni. Una storia sepolta sotto pochi centimetri di terra, dimenticata dagli uomini che vi vivono, forse perché ritengono che questo ‘passato’ non gli appartenga o forse perché è ancora troppo breve il tempo che serve a dimenticare un ‘passato’ fatto di sacrifici e stenti, un passato di una ‘Calabria Citra’, un passato feudale e clericale, un lungo medioevo che in questa terra forse è durato troppo!

• L’escursione
Questa escursione, si svolge, visitando la torre San Giovanni, passando dalla torre della Principessa e compiendo un percorso ad anello, transitando dalla contrada Augurato e dalla contrada Mirabella.
L’area geografica che attraverseremo ci fornisce strati di storia, accumulatosi nel corso dei millenni, in una terra che ha visto abitanti stanziali o persone in cerca di conquista.
In questo dolce pendio collinare, esposto al sole del tramonto, si sono susseguiti popoli pre-ellenici, Bretti, della Magna Grecia, dell’impero romano, di contadini ‘fedeli e sottomessi’ ai feudi dei signorotti borbonici o clericali. Uno spaccato di storia che giace sotto pochi centimetri di terra trattenuta o forse preservata dalle radici degli ulivi, dove ogni tanto la lama del vomero, porta alla luce qualche ‘pietra vecchia’ o qualche pezzo di ‘ferro verde’.
Il percorso ha inizio, dalla torre San Giovanni, collocata nel comune di Campora San Giovanni, la torre è di forma circolare, con un diametro di 9 metri, con scarpa, senza toro di divisione. La data di costruzione risale al 14° secolo, la torre, per la sua mole aveva la funzione sia di avvistamento e di difesa. Tutta la ‘fabbrica’ è inglobata in un nucleo di case aggiunte, ulteriori cambiamenti si sono avuti, a causa delle aperture per mettere in comunicazione le nuove costruzioni. Della torre, si possono ancora osservare, una corona di beccatelli in arenaria a tre mensole, ancora intatti. Questa torre rispetta la logica difensiva, messa in atto durante il periodo viceregnale, di comunicazione visiva, tramite segnali di fumo di fuoco o scoppi, con la torre posta a nord, cioè la torre Coracena e la torre posta a sud, cioè la torre della Principessa.
Lasciamo la torre San Giovanni e si prosegue sulla vecchia Nazionale in direzione sud, di fronte a noi si apre la fertile, piana alluvionale creata dal fiume Savuto e dopo un rettilineo di circa un chilometro, si scorge sopra un piccolo rialzo, la torre della Principessa.
Si può visitare la torre dall’esterno, e volendo e con un po’ di attenzione al terreno un po’ accidentato, si può raggiungere la base. La torre è a pianta quadrata, si possono scorgere ancora i punti di ancoraggio delle caditoie poste sopra ogni lato, le quali sono state demolite per alleggerire la struttura. La torre è di epoca viceregnale, ed è stata costruita in seguito all’editto del viceré don Pedro Parfan de Ribera duca d'Alcalà che imponeva la costruzione di torre costiere per limitare l’attacco dei saraceni o turchi che provenivano dal mare.
Sopra il terrazzo in un periodo successivo è stata realizzata una ulteriore costruzione in muratura. Sulla porta d’ingresso, vi era lo stemma dei Cavallo Marincola, ora asportato (rubato?), si possono individuare ancora le feritoie, di cui una ampia sul lato mare, e sull’ingresso ve ne è una con incisa una data ‘1836’, presumibile quella di restauro.
Entrando, nella torre, in prossimità della porta d’ingresso è presente un piccolo forno e nelle ampie stanze vi sono ancora attrezzi di uso contadino, tramite una scala si accede al primo piano e da qui alla terrazza. Fino a poco decenni fa era abitata, ora è in completo abbandono e si evidenziano diversi punti di cedimento. La torre aveva la funzione di avvistamento delle incursioni e di difesa del feudo, doveva essere presente un piccolo presidio armato.
La torre è in comunicazione visiva, a nord con il torrione e a sud con torre Terina e torre Casale.
La torre della Principessa, ancora oggi potrebbe essere riconsolidata ed adibita a spazio museale etnografico o per mostrare i reperti archeologici, in modo da illustrare la ‘storia’ che si è susseguita in questa area.
Continuando la nostra passeggiata, a poche decine di metri, lungo la stradina, sul lato collinare è stata rinvenuta una villa romana di epoca imperiale, di grandi dimensioni, di cui si sono stati riportati alla luce, recentemente, i muri perimetrali e degli splendidi mosaici, oggi sono visibili solo i muri perimetrali il resto è stato volutamente interrato per la conservazione, in attesa di ulteriori studi archeologici.
Si lascia la torre della Principessa e si sale lungo la strada che conduce alla contrada Augurato. Stiamo calpestando il suolo dove era situata l’antica città della Magna Grecia, citata da Omero nell’Odissea, Temesa.
La Temesa dei greci
Omero narrando le gesta di Telemaco, figlio di Ulisse, scriveva: “Con navi io giunsi e naviganti miei, fendendo le salate onde ver gente d’altro linguaggio, e a Temesa recando ferro brunito per temprato rame, ch’io ne trarro”. Temesa ebbe forte rilievo commerciale, perché riforniva i greci ai tempi di Omero, di ferro e rame, estratto dalle miniere poste nel suo territorio. Intorno al 194 a.C Temesa divenne colonia romana.
Il mito di Eutimo e Polite.
In questa escursione è con noi Mario Aloe, che ci ricorda il mito di Eutimo e Polite che ebbe origine proprio a Temesa (472 a.c.). Il mito racconta di Ulisse, che nel suo girovagare nelle città italiche, sbarca a Temesa, ed uno dei suoi uomini, Polite, ubriaco, approfittò di una giovane donna della colonia, gli abitanti lo uccisero lapidandolo.
Ulisse indignato dell’accaduto impose alla città pesanti tributi e lo spirito di Polite, si trasformò in un demone orrendo, di carnagione scura e rivestito con una pelle di lupo, di nome Alibante, che uccideva tutti i temesani che incontrava. Gli abitanti di Temesa, per porre rimedio al demone, si rivolsero all’oracolo di Delfi, che ordinò di sacrificare ogni anno al demone la vergine più bella della città. I temesani accettarono e costruirono un tempio tra gli ulivi selvatici, dove si sarebbe sacrificata la vergine. Un giorno il pugile locrese Eutimo, entrò nel tempio durante la cerimonia del sacrificio, si impietosi del fatto e si innamorò della vergine. Il pugile Eutimo sfidò il demone Alibante, lo vinse e lo costrinse alla fuga sprofondando nel mare.
Contrada Augurato e Mirabella
Risalendo la collina incontriamo un primo incrocio e prendiamo la stradina a destra e dopo un fabbricato diroccato, si prende la stradina a sinistra. Si raggiunge in poco tempo la contrada Augurato, un borgo di poche case in cui vi era la residenza del proprietario e poi del fattore. In questa contrada che ricorda le colline toscane, è presente un palazzo che per metà è stato ristrutturato in modo ‘moderno’ e l’altra metà mantiene il vecchio impianto. Sull’ingresso del caseggiato è presente lo stemma nobiliare, vi è anche la chiesetta di Santa Filomena, e tra la chiesa e il palazzo, vi è una bellissima fontana, denominata ‘du Peshcaru’ con un mascherone ‘apotropaico’. Nel borgo sono presenti ancora le macine del frantoio e vi sono anche due feritoie, per la difesa di eventuali attacchi di predoni.
Si lascia questa contrada proseguendo per la stradina e si svolta alla prima a destra, si continua fino a raggiungere una seconda contrada denominata ‘Mirabella’. Anche questa è un piccolo borgo dedito ancora alla coltivazione e lavorazione dell’olive, oggi qui si possono degustare squisiti formaggi prodotti dalla azienda Pino. In questa contrada vi è una piccola chiesetta dedicata a Sant’Anna, dove è possibile entrarvi chiedendone la chiave.
Da questa altura si ammira il panorama sul golfo di Sant’Eufemia, e se il cielo è terso si possono vedere le isole Eolie con il cono fumante dello Stromboli, e poi Salina, Panarea, Lipari, Vulcano, e se si è fortunati guardando ancora più a sud, si intravede il vulcano Etna.
A questo punto abbiamo toccato il punto massimo di altezza e torniamo sulla strada di ritorno, ma senza rifare la strada precedentente, bensì un percorso ad anello. Volendo, in una prossima escursione, si può continuare il percorso per raggiungere Cleto.
Dopo poche centinaia di metri si raggiunge la SS108, cioè la strada che conduce a Serra d’Aiello, la si imbocca in direzione di Campora S.G., chiudiamo l’anello raggiungendo la torre San Giovanni.
Le contrade di Augurato e Mirabella, sono la memoria della storia contadina di questi luoghi, una storia rimasta uguale nelle abitudini, nei riti, nei modi di coltivare, nel ripetersi delle stagioni e delle generazioni, per centinaia di anni, ‘un medioevo’ durato fino ai primi anni del 1900.
E’ da ricordare che nel territorio della torre della Principessa è stato ambientato parte del racconto storicoLa Fine di un Sogno Storia di un Italiano di Mario Aloe,, che racconta le vicende della famiglia Baffa, proprietari della torre e dei terreni circostanti, durante il periodo antecedente l’unità d’Italia.
Oggi in questa escursione eravamo: Franco Francesco StudioVentinove Naccarato, Roberto Aloe , io e Svietlana Malets, del gruppo di Camminando Onlus Amantea
‘Buen camino’ e alla prossima camminata.
Giuliano Guido!
File del percorso in kml dalla torre San Giovanni alla torre della Principessa, transitando da contrada Augurato e Mirabella
• Percorso – Dalla torre San Giovanni di Campora San Giovanni alla torre della Principessa, passando per la contrada Augurato e Mirabella.
• Dati tecnici - Il percorso è di circa 10 chilometri, con un dislivello di 200 metri, si svolge su strada sterrata ed asfaltata, è un tragitto ad anello ed è adatto a tutti, percorribile in circa quattro ore!
Buon cammino!
Quanta ‘storia’ in pochi ‘tumminati’ di terra
• PremessaQueste escursioni o passeggiate si svolgono tra gli uliveti, le macchie mediterranee di mirto e lentisco, tra i rossi corbezzoli e i petali ‘stropicciati’ dei cisti, tra i boschi di leccio o sugherello, su promontori da cui godersi l’ampio specchio di mare del golfo di Santa Eufemia che spazia da capo Vaticano a capo Palinuro, con la visione delle isole Eolie, accompagnati dal profumo ‘giallo’ delle ginestre, o delle zagare degli agrumeti, con la vista di monte Cocuzzo o della Montea o del monte Mancuso, ma oltre questa natura che la terra di Calabria così varia nella morfologia e nella conformazione territoriale, ci offre in modo anonimo e disinteressato strati e strati di storia, accumulatosi nel corso dei millenni. Una storia sepolta sotto pochi centimetri di terra, dimenticata dagli uomini che vi vivono, forse perché ritengono che questo ‘passato’ non gli appartenga o forse perché è ancora troppo breve il tempo che serve a dimenticare un ‘passato’ fatto di sacrifici e stenti, un passato di una ‘Calabria Citra’, un passato feudale e clericale, un lungo medioevo che in questa terra forse è durato troppo!

• L’escursione
Questa escursione, si svolge, visitando la torre San Giovanni, passando dalla torre della Principessa e compiendo un percorso ad anello, transitando dalla contrada Augurato e dalla contrada Mirabella.
L’area geografica che attraverseremo ci fornisce strati di storia, accumulatosi nel corso dei millenni, in una terra che ha visto abitanti stanziali o persone in cerca di conquista.
In questo dolce pendio collinare, esposto al sole del tramonto, si sono susseguiti popoli pre-ellenici, Bretti, della Magna Grecia, dell’impero romano, di contadini ‘fedeli e sottomessi’ ai feudi dei signorotti borbonici o clericali. Uno spaccato di storia che giace sotto pochi centimetri di terra trattenuta o forse preservata dalle radici degli ulivi, dove ogni tanto la lama del vomero, porta alla luce qualche ‘pietra vecchia’ o qualche pezzo di ‘ferro verde’.
Il percorso ha inizio, dalla torre San Giovanni, collocata nel comune di Campora San Giovanni, la torre è di forma circolare, con un diametro di 9 metri, con scarpa, senza toro di divisione. La data di costruzione risale al 14° secolo, la torre, per la sua mole aveva la funzione sia di avvistamento e di difesa. Tutta la ‘fabbrica’ è inglobata in un nucleo di case aggiunte, ulteriori cambiamenti si sono avuti, a causa delle aperture per mettere in comunicazione le nuove costruzioni. Della torre, si possono ancora osservare, una corona di beccatelli in arenaria a tre mensole, ancora intatti. Questa torre rispetta la logica difensiva, messa in atto durante il periodo viceregnale, di comunicazione visiva, tramite segnali di fumo di fuoco o scoppi, con la torre posta a nord, cioè la torre Coracena e la torre posta a sud, cioè la torre della Principessa.
Lasciamo la torre San Giovanni e si prosegue sulla vecchia Nazionale in direzione sud, di fronte a noi si apre la fertile, piana alluvionale creata dal fiume Savuto e dopo un rettilineo di circa un chilometro, si scorge sopra un piccolo rialzo, la torre della Principessa.
Si può visitare la torre dall’esterno, e volendo e con un po’ di attenzione al terreno un po’ accidentato, si può raggiungere la base. La torre è a pianta quadrata, si possono scorgere ancora i punti di ancoraggio delle caditoie poste sopra ogni lato, le quali sono state demolite per alleggerire la struttura. La torre è di epoca viceregnale, ed è stata costruita in seguito all’editto del viceré don Pedro Parfan de Ribera duca d'Alcalà che imponeva la costruzione di torre costiere per limitare l’attacco dei saraceni o turchi che provenivano dal mare.
Sopra il terrazzo in un periodo successivo è stata realizzata una ulteriore costruzione in muratura. Sulla porta d’ingresso, vi era lo stemma dei Cavallo Marincola, ora asportato (rubato?), si possono individuare ancora le feritoie, di cui una ampia sul lato mare, e sull’ingresso ve ne è una con incisa una data ‘1836’, presumibile quella di restauro.
Entrando, nella torre, in prossimità della porta d’ingresso è presente un piccolo forno e nelle ampie stanze vi sono ancora attrezzi di uso contadino, tramite una scala si accede al primo piano e da qui alla terrazza. Fino a poco decenni fa era abitata, ora è in completo abbandono e si evidenziano diversi punti di cedimento. La torre aveva la funzione di avvistamento delle incursioni e di difesa del feudo, doveva essere presente un piccolo presidio armato.
La torre è in comunicazione visiva, a nord con il torrione e a sud con torre Terina e torre Casale.
La torre della Principessa, ancora oggi potrebbe essere riconsolidata ed adibita a spazio museale etnografico o per mostrare i reperti archeologici, in modo da illustrare la ‘storia’ che si è susseguita in questa area.
Continuando la nostra passeggiata, a poche decine di metri, lungo la stradina, sul lato collinare è stata rinvenuta una villa romana di epoca imperiale, di grandi dimensioni, di cui si sono stati riportati alla luce, recentemente, i muri perimetrali e degli splendidi mosaici, oggi sono visibili solo i muri perimetrali il resto è stato volutamente interrato per la conservazione, in attesa di ulteriori studi archeologici.
Si lascia la torre della Principessa e si sale lungo la strada che conduce alla contrada Augurato. Stiamo calpestando il suolo dove era situata l’antica città della Magna Grecia, citata da Omero nell’Odissea, Temesa.
La Temesa dei greci
Omero narrando le gesta di Telemaco, figlio di Ulisse, scriveva: “Con navi io giunsi e naviganti miei, fendendo le salate onde ver gente d’altro linguaggio, e a Temesa recando ferro brunito per temprato rame, ch’io ne trarro”. Temesa ebbe forte rilievo commerciale, perché riforniva i greci ai tempi di Omero, di ferro e rame, estratto dalle miniere poste nel suo territorio. Intorno al 194 a.C Temesa divenne colonia romana.
Il mito di Eutimo e Polite.
In questa escursione è con noi Mario Aloe, che ci ricorda il mito di Eutimo e Polite che ebbe origine proprio a Temesa (472 a.c.). Il mito racconta di Ulisse, che nel suo girovagare nelle città italiche, sbarca a Temesa, ed uno dei suoi uomini, Polite, ubriaco, approfittò di una giovane donna della colonia, gli abitanti lo uccisero lapidandolo.
Ulisse indignato dell’accaduto impose alla città pesanti tributi e lo spirito di Polite, si trasformò in un demone orrendo, di carnagione scura e rivestito con una pelle di lupo, di nome Alibante, che uccideva tutti i temesani che incontrava. Gli abitanti di Temesa, per porre rimedio al demone, si rivolsero all’oracolo di Delfi, che ordinò di sacrificare ogni anno al demone la vergine più bella della città. I temesani accettarono e costruirono un tempio tra gli ulivi selvatici, dove si sarebbe sacrificata la vergine. Un giorno il pugile locrese Eutimo, entrò nel tempio durante la cerimonia del sacrificio, si impietosi del fatto e si innamorò della vergine. Il pugile Eutimo sfidò il demone Alibante, lo vinse e lo costrinse alla fuga sprofondando nel mare.
Contrada Augurato e Mirabella
Risalendo la collina incontriamo un primo incrocio e prendiamo la stradina a destra e dopo un fabbricato diroccato, si prende la stradina a sinistra. Si raggiunge in poco tempo la contrada Augurato, un borgo di poche case in cui vi era la residenza del proprietario e poi del fattore. In questa contrada che ricorda le colline toscane, è presente un palazzo che per metà è stato ristrutturato in modo ‘moderno’ e l’altra metà mantiene il vecchio impianto. Sull’ingresso del caseggiato è presente lo stemma nobiliare, vi è anche la chiesetta di Santa Filomena, e tra la chiesa e il palazzo, vi è una bellissima fontana, denominata ‘du Peshcaru’ con un mascherone ‘apotropaico’. Nel borgo sono presenti ancora le macine del frantoio e vi sono anche due feritoie, per la difesa di eventuali attacchi di predoni.
Si lascia questa contrada proseguendo per la stradina e si svolta alla prima a destra, si continua fino a raggiungere una seconda contrada denominata ‘Mirabella’. Anche questa è un piccolo borgo dedito ancora alla coltivazione e lavorazione dell’olive, oggi qui si possono degustare squisiti formaggi prodotti dalla azienda Pino. In questa contrada vi è una piccola chiesetta dedicata a Sant’Anna, dove è possibile entrarvi chiedendone la chiave.
Da questa altura si ammira il panorama sul golfo di Sant’Eufemia, e se il cielo è terso si possono vedere le isole Eolie con il cono fumante dello Stromboli, e poi Salina, Panarea, Lipari, Vulcano, e se si è fortunati guardando ancora più a sud, si intravede il vulcano Etna.
A questo punto abbiamo toccato il punto massimo di altezza e torniamo sulla strada di ritorno, ma senza rifare la strada precedentente, bensì un percorso ad anello. Volendo, in una prossima escursione, si può continuare il percorso per raggiungere Cleto.
Dopo poche centinaia di metri si raggiunge la SS108, cioè la strada che conduce a Serra d’Aiello, la si imbocca in direzione di Campora S.G., chiudiamo l’anello raggiungendo la torre San Giovanni.
Le contrade di Augurato e Mirabella, sono la memoria della storia contadina di questi luoghi, una storia rimasta uguale nelle abitudini, nei riti, nei modi di coltivare, nel ripetersi delle stagioni e delle generazioni, per centinaia di anni, ‘un medioevo’ durato fino ai primi anni del 1900.
E’ da ricordare che nel territorio della torre della Principessa è stato ambientato parte del racconto storicoLa Fine di un Sogno Storia di un Italiano di Mario Aloe,, che racconta le vicende della famiglia Baffa, proprietari della torre e dei terreni circostanti, durante il periodo antecedente l’unità d’Italia.
Oggi in questa escursione eravamo: Franco Francesco StudioVentinove Naccarato, Roberto Aloe , io e Svietlana Malets, del gruppo di Camminando Onlus Amantea
‘Buen camino’ e alla prossima camminata.
Giuliano Guido!
File del percorso in kml dalla torre San Giovanni alla torre della Principessa, transitando da contrada Augurato e Mirabella
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lunedì 30 settembre 2013
La libertà di volare
Ogni uomo può immaginare la sua libertà, in una varietà di modi.
In una libertà che si adagia sul suo pensare,
oppure che si intreccia al suo vissuto, o ad una esperienza inimmaginabile,
oppure ad un percorso che io stesso non riuscirei ad immaginare,
oppure, l'artefice di questa immaginazione non riesce a prevederla, perchè ha deciso, che è il caso che lo guida!
Si può immaginare una libertà impregnata della calma e trascinante acqua di fiume, che ti conduce nell'immensità dell'oceano, oppure
sentire privi di peso e farsi trasportare da una brezza marina, oppure
tuffarsi in un limpido blu di mare, e nuotare rasentando il fondale, tra riflessi delle onde e le bollicine del tuo respiro, oppure
scivolare da foglia in foglia, come fresca goccia di rugiada, in una sinuosa e tondeggiante forma piena di riflessi dell'arcobaleno, oppure
salire in cima ad un vulcano ed aspettare che il suo eruttare ti trasporti al di là delle isole al di là del mare e ti faccia giungere alla marina di Rocco!
lunedì 16 settembre 2013
Di Leonida Repaci, una sintesi meravigliosa sulla nostra cara Calabria...
Quando fu il giorno della Calabria ..
Dio si trovò
in pugno 15000 kmq di argilla verde con riflessi viola.
Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese di due
milioni di abitanti al massimo.
Era teso in un maschio vigore creativo il Signore, e promise a se stesso di fare un capolavoro.
Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e
delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi.
Diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il bergamotto,
allo Stretto il pescespada, a Scilla le sirene, a Chianalea le palafitte,
a Bagnara i pergolati, a Palmi il fico, alla Pietrosa la rondine marina,
a Gioia l’olio, a Cirò il vino, a Rosarno l’arancio, a Nicotera il fico d’India,
a Pizzo il tonno, a Vibo il fiore, a Tiriolo le belle donne, al Mesima la quercia,
al Busento la tomba del re barbaro, all’Amendolea le cicale,
al Crati l’acqua lunga, allo scoglio il lichene, alla roccia l’oleastro,
alle montagne il canto del pastore errante da uno stazzo all’altro,
al greppo la ginestra, alle piane la vigna, alle spiagge la solitudine,
all’onda il riflesso del sole. Diede a Cosenza l’Accademia, a Tropea il vescovo,
a San Giovanni in Fiore il telaio a mano, a Catanzaro il damasco,
ad Antonimina il fango medicante, ad Agnana la lignite, a Bivongi le acque sante,
a Pazzano la pirite, a Galatro il solfato, a Villa San Giovanni la seta greggia,
a Belmonte il marmo verde. Assegnò Pitagora a Crotone, Orfeo pure a Crotone,
Democede pure a Crotone, Almeone pure a Crotone, Aristeo pure a Crotone,
Filolao pure a Crotone, Zaleuco a Locri, Ibico a Reggio, Clearco pure a Reggio,
Cassiodoro a Squillace, San Nilo a Rossano, Gioacchino da Fiore a Celico,
Fra’ Barlaam a Seminara, San Francesco a Paola, Telesio a Cosenza,
il Parrasio pure a Cosenza, il Gravina a Roggiano, Campanella a Stilo,
Mattia Preti a Taverna, Galluppi a Tropea, Gemelli-Careri a Taurianova,
Guerrisi a Cittanova, Manfroce a Palmi, Cilèa pure a Palmi, Alvaro a San Luca,
Calogero a Melicuccà, Rito a Dinami. Donò a Stilo la Cattolica, a Rossano il Patirion,
ancora a Rossano l’Evangeliario Purpureo, a San Marco Argentano la Torre Normanna,
a Locri i Pinakes, ancora a Locri il Santuario di Persefone,
a Santa Severina il Battistero a Rotonda, a Squillace il Tempio della Roccelletta,
a Cosenza la Cattedrale, a Gerace pure la Cattedrale,
a Crotone il Tempio di Hera Lacinia, a Mileto la zecca,
pure a Mileto la Basilica della Trinità, a Santa Eufemia Lametia l’Abbaziale,
a Tropea il Duomo, a San Giovanni in Fiore la Badia Florense,
a Vibo la Chiesa di San Michele, a Nicotera il Castello,
a Reggio il Tempio di Artemide Facellide,
a Spezzano Albanese la necropoli della prima età del ferro.
Poi distribuì i mesi e le stagioni alla Calabria. Per l’inverno concesse il sole,
per la primavera il sole, per l’estate il sole, per l’autunno il sole.
A gennaio diede la castagna, a febbraio la pignolata, a marzo la ricotta,
ad aprile la focaccia con l’uovo, a maggio il pescespada, a giugno la ciliegia,
a luglio il fico melanzano, ad agosto lo zibibbo, a settembre il fico d’India,
a ottobre la mostarda, a novembre la noce, a dicembre l’arancia.
Volle che le madri fossero tenere, le mogli coraggiose, le figlie contegnose,
i figli immaginosi, gli uomini autorevoli, i vecchi rispettati,
i mendicanti protetti, gl’infelici aiutati, le persone fiere leali socievoli e ospitali,
le bestie amate. Volle il mare sempre viola, la rosa sbocciante a dicembre,
il cielo terso, le campagne fertili, le messi pingui, l’acqua abbondante,
il clima mite, il profumo delle erbe inebriante.
Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro
il Signore fu preso da una dolce sonnolenza,
in cui entrava il compiacimento del creatore verso il capolavoro raggiunto.
Del breve sonno divino approfittò il diavolo per assegnare alla Calabria le calamità:
le dominazioni, il terremoto, la malaria, il latifondo, le fiumare, le alluvioni, la peronospora,
la siccità, la mosca olearia, l’analfabetismo, il punto d’onore, la gelosia, l’Onorata Società,
la vendetta, l’omertà, la violenza, la falsa testimonianza, la miseria, l’emigrazione.
Dopo le calamità, le necessità: la casa, la scuola, la strada, l’acqua, la luce, l’ospedale,
il cimitero. Ad esse aggiunse il bisogno della giustizia, il bisogno della libertà,
il bisogno della grandezza, il bisogno del nuovo, il bisogno del meglio.
E, a questo punto, il diavolo si ritenne soddisfatto del suo lavoro,
toccò a lui prender sonno mentre si svegliava il Signore.
Quando, aperti gli occhi,
potè abbracciare in tutta la sua vastità la rovina recata alla creatura prediletta ,
Dio scaraventò con un gesto di collera il Maligno nei profondi abissi del cielo.
Poi, lentamente rasserenandosi, disse:
Questi mali e questi bisogni sono ormai scatenati e debbono seguire la loro parabola.
Ma essi non impediranno alla Calabria di essere come io l’ho voluta.
La sua felicità sarà raggiunta con più sudore, ecco tutto
Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese di due
milioni di abitanti al massimo.
Era teso in un maschio vigore creativo il Signore, e promise a se stesso di fare un capolavoro.
Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e
delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi.
Diede alla Sila il pino, all’Aspromonte l’ulivo, a Reggio il bergamotto,
allo Stretto il pescespada, a Scilla le sirene, a Chianalea le palafitte,
a Bagnara i pergolati, a Palmi il fico, alla Pietrosa la rondine marina,
a Gioia l’olio, a Cirò il vino, a Rosarno l’arancio, a Nicotera il fico d’India,
a Pizzo il tonno, a Vibo il fiore, a Tiriolo le belle donne, al Mesima la quercia,
al Busento la tomba del re barbaro, all’Amendolea le cicale,
al Crati l’acqua lunga, allo scoglio il lichene, alla roccia l’oleastro,
alle montagne il canto del pastore errante da uno stazzo all’altro,
al greppo la ginestra, alle piane la vigna, alle spiagge la solitudine,
all’onda il riflesso del sole. Diede a Cosenza l’Accademia, a Tropea il vescovo,
a San Giovanni in Fiore il telaio a mano, a Catanzaro il damasco,
ad Antonimina il fango medicante, ad Agnana la lignite, a Bivongi le acque sante,
a Pazzano la pirite, a Galatro il solfato, a Villa San Giovanni la seta greggia,
a Belmonte il marmo verde. Assegnò Pitagora a Crotone, Orfeo pure a Crotone,
Democede pure a Crotone, Almeone pure a Crotone, Aristeo pure a Crotone,
Filolao pure a Crotone, Zaleuco a Locri, Ibico a Reggio, Clearco pure a Reggio,
Cassiodoro a Squillace, San Nilo a Rossano, Gioacchino da Fiore a Celico,
Fra’ Barlaam a Seminara, San Francesco a Paola, Telesio a Cosenza,
il Parrasio pure a Cosenza, il Gravina a Roggiano, Campanella a Stilo,
Mattia Preti a Taverna, Galluppi a Tropea, Gemelli-Careri a Taurianova,
Guerrisi a Cittanova, Manfroce a Palmi, Cilèa pure a Palmi, Alvaro a San Luca,
Calogero a Melicuccà, Rito a Dinami. Donò a Stilo la Cattolica, a Rossano il Patirion,
ancora a Rossano l’Evangeliario Purpureo, a San Marco Argentano la Torre Normanna,
a Locri i Pinakes, ancora a Locri il Santuario di Persefone,
a Santa Severina il Battistero a Rotonda, a Squillace il Tempio della Roccelletta,
a Cosenza la Cattedrale, a Gerace pure la Cattedrale,
a Crotone il Tempio di Hera Lacinia, a Mileto la zecca,
pure a Mileto la Basilica della Trinità, a Santa Eufemia Lametia l’Abbaziale,
a Tropea il Duomo, a San Giovanni in Fiore la Badia Florense,
a Vibo la Chiesa di San Michele, a Nicotera il Castello,
a Reggio il Tempio di Artemide Facellide,
a Spezzano Albanese la necropoli della prima età del ferro.
Poi distribuì i mesi e le stagioni alla Calabria. Per l’inverno concesse il sole,
per la primavera il sole, per l’estate il sole, per l’autunno il sole.
A gennaio diede la castagna, a febbraio la pignolata, a marzo la ricotta,
ad aprile la focaccia con l’uovo, a maggio il pescespada, a giugno la ciliegia,
a luglio il fico melanzano, ad agosto lo zibibbo, a settembre il fico d’India,
a ottobre la mostarda, a novembre la noce, a dicembre l’arancia.
Volle che le madri fossero tenere, le mogli coraggiose, le figlie contegnose,
i figli immaginosi, gli uomini autorevoli, i vecchi rispettati,
i mendicanti protetti, gl’infelici aiutati, le persone fiere leali socievoli e ospitali,
le bestie amate. Volle il mare sempre viola, la rosa sbocciante a dicembre,
il cielo terso, le campagne fertili, le messi pingui, l’acqua abbondante,
il clima mite, il profumo delle erbe inebriante.
Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro
il Signore fu preso da una dolce sonnolenza,
in cui entrava il compiacimento del creatore verso il capolavoro raggiunto.
Del breve sonno divino approfittò il diavolo per assegnare alla Calabria le calamità:
le dominazioni, il terremoto, la malaria, il latifondo, le fiumare, le alluvioni, la peronospora,
la siccità, la mosca olearia, l’analfabetismo, il punto d’onore, la gelosia, l’Onorata Società,
la vendetta, l’omertà, la violenza, la falsa testimonianza, la miseria, l’emigrazione.
Dopo le calamità, le necessità: la casa, la scuola, la strada, l’acqua, la luce, l’ospedale,
il cimitero. Ad esse aggiunse il bisogno della giustizia, il bisogno della libertà,
il bisogno della grandezza, il bisogno del nuovo, il bisogno del meglio.
E, a questo punto, il diavolo si ritenne soddisfatto del suo lavoro,
toccò a lui prender sonno mentre si svegliava il Signore.
Quando, aperti gli occhi,
potè abbracciare in tutta la sua vastità la rovina recata alla creatura prediletta ,
Dio scaraventò con un gesto di collera il Maligno nei profondi abissi del cielo.
Poi, lentamente rasserenandosi, disse:
Questi mali e questi bisogni sono ormai scatenati e debbono seguire la loro parabola.
Ma essi non impediranno alla Calabria di essere come io l’ho voluta.
La sua felicità sarà raggiunta con più sudore, ecco tutto
Utta a fa juornu c’a notti è fatta -.
Una notte che già contiene l’albore del giorno.
Una notte che già contiene l’albore del giorno.
venerdì 30 agosto 2013
A termine della stagione estiva, il solito gruppo di amici si ritrova per cena, con la scusa di salutare gli emigranti al nord, si organizzano, per rinsaldare con la consueta convivialità, rapporti amicali che durano ormai da una vita,
Da noi si dice:
"e china sta appricatu all'atru e nun cucine, a sira si ricoglie murmuranno" (chi aspetta che gli altri preparino da mangiare, a sera torna, lamentandosi perché non c'è la cena pronta e nessuno l'ha preparata).
Da noi si dice:
"e china sta appricatu all'atru e nun cucine, a sira si ricoglie murmuranno" (chi aspetta che gli altri preparino da mangiare, a sera torna, lamentandosi perché non c'è la cena pronta e nessuno l'ha preparata).
(estate 2013)
L’ultima cena…
Pè fari cosa bella e
joculisa
di mamgiari ci stà na granna
stisa.
E tutti assulazzati i
nà stagiuna tisa...
dintra lu coru avie
nu saccu i risa.
China tene chiarizza
o capa tosta,
china un vo capiri e
lu fa apposta...
chilla persuna, ca paria ben disposta
d’arrietu ti lu
truovi ccù na supposta.
Di seriu un ci nnè
memmenu unu...
mancu a li squagliari
ppè fa sapunu.
Ma bona gente è, i ccà
ognunu...
di la sua arte, nu grannu spertunu.
E china vide difettu i
si cristiani,
na botta i malanova, mancu cu li
cani...
li sua paroli su
vacanti e strani,
miegliu ca si schiaffie
cu li sua mani.
V’arricurdati i
chilla Donna Lena...
cà disse va bene...quannu truvau
la gatta e… la figlia prena.
Ma arrassusia, chi pisu o chi gran pena...
ccù si cumpagni fazzu (ppè mò) l’ultima cena!
Dedicata in Amicizia ha chi ha il cuore libero e spassionato
anche a color che non hanno partecipato!
sabato 24 agosto 2013
Maru de la mantia
domenica 14 luglio 2013
Sul sentiero dei monasteri della Calabria Ionica
Due giorni percorrendo a piedi i sentieri che conducono ai monasteri e agli eremi dell Calabria Ionica. Dall'eremo di Sant'Ilarione alla Madonna dello Scoglio al Santuario di Monte Stella, al monastero di San Giovanni Theristis di Bivongi fino alla Certosa di Serra San Bruno.
Il percorso è stato ideato e dettagliato da Cosimo, che lo ha testato e verificato nella fattibilità e nella spiritualità del cammino.
Nei due giorni del 5 e 6 luglio 2013, il sentiero è stato percorso da: Cosimo, Giuliano, e Francesco, il secondo giorno si è unito Vincenzo.
Primo Giorno,
Lunghezza: 32 km, solo andata
Dislivello: 500 m
Tipo di percorso: strada sterrata (90%) e strada asfaltata
In questo primo frame è visibile e scaricabile il percorso del primo giorno che parte dall'eremo di Sant'Ilarione sito nella fiumara Assi, passando per il santuario della Madonna dello Scoglio di Santa Domenica, raggiungendo il Monastero di Monte Stella e concludendo il percorso al monastero di San Giovanni Theristis.
Il percorso ha avuto inizio con l'ospitalità di Frederic, che ci ha ospitato nell'eremo di Sant'Ilarione, dove abbiamo condiviso, la sua spiritualità e la spiritualità del luogo, condividendo le preghiere, i canti dei salmi, il cibo e il dormire, all'alba ci siamo messi in cammino sospinti dal vento che soffia dentro la fiumara dell'Allaro. Siamo giunti al santuario della Madonna dello Scoglio, una piccola sosta ed abbiamo continuato fino a raggiungere il Santuario della madonna di Monte Stella, dove siamo stati accolti dal parroco e dalle persone che gestiscono le celle del santuario, anche quì abbiamo condiviso la preghiera e l'ospitalità! La chiesa del santuario è collocata in una grotta profonda 20 metri. Dopo esserci riposati abbiamo continuato raggiungendo Bivongi, attraverso il passo dello 'sghiccio' ed arrivando al Monastero di San Giovanni Theristis, dove ci hanno accolto i monaci ortodossi, anche quì abbiamo condiviso i canti e la loro ospitalità.




Secondo Giorno,
Lunghezza: 24 km,
solo andata Dislivello: 750 m
Tipo di percorso: strada sterrata
In questo secondo frame è visualizzabile e scaricabile il percorso che parte dal monastero di San Giovanni alla Certosa di Serra San Bruno, il percorso si sviluppa tutto su strada sterrata, percorrendo boschi di leccio, faggio e abete, e percorrendo il sentiero dell'antico e meraviglioso bosco dell'Archiforo.
Si riparte all'alba lasciando il Monastero di San Giovanni e inerpicandoci fino a raggiungere monte Cucolia ed arrivare alla Pietra del Caricatore, interessante monolita all'interno del bosco dell'Archiforo. Durante il tragitto siamo stati sorpresi da un forte temporale, che ci ha fatto ritornare bambini.


Il percorso è stato ideato e dettagliato da Cosimo, che lo ha testato e verificato nella fattibilità e nella spiritualità del cammino.
Nei due giorni del 5 e 6 luglio 2013, il sentiero è stato percorso da: Cosimo, Giuliano, e Francesco, il secondo giorno si è unito Vincenzo.
Primo Giorno,
Lunghezza: 32 km, solo andata
Dislivello: 500 m
Tipo di percorso: strada sterrata (90%) e strada asfaltata
In questo primo frame è visibile e scaricabile il percorso del primo giorno che parte dall'eremo di Sant'Ilarione sito nella fiumara Assi, passando per il santuario della Madonna dello Scoglio di Santa Domenica, raggiungendo il Monastero di Monte Stella e concludendo il percorso al monastero di San Giovanni Theristis.
Il percorso ha avuto inizio con l'ospitalità di Frederic, che ci ha ospitato nell'eremo di Sant'Ilarione, dove abbiamo condiviso, la sua spiritualità e la spiritualità del luogo, condividendo le preghiere, i canti dei salmi, il cibo e il dormire, all'alba ci siamo messi in cammino sospinti dal vento che soffia dentro la fiumara dell'Allaro. Siamo giunti al santuario della Madonna dello Scoglio, una piccola sosta ed abbiamo continuato fino a raggiungere il Santuario della madonna di Monte Stella, dove siamo stati accolti dal parroco e dalle persone che gestiscono le celle del santuario, anche quì abbiamo condiviso la preghiera e l'ospitalità! La chiesa del santuario è collocata in una grotta profonda 20 metri. Dopo esserci riposati abbiamo continuato raggiungendo Bivongi, attraverso il passo dello 'sghiccio' ed arrivando al Monastero di San Giovanni Theristis, dove ci hanno accolto i monaci ortodossi, anche quì abbiamo condiviso i canti e la loro ospitalità.




Secondo Giorno,
Lunghezza: 24 km,
solo andata Dislivello: 750 m
Tipo di percorso: strada sterrata
In questo secondo frame è visualizzabile e scaricabile il percorso che parte dal monastero di San Giovanni alla Certosa di Serra San Bruno, il percorso si sviluppa tutto su strada sterrata, percorrendo boschi di leccio, faggio e abete, e percorrendo il sentiero dell'antico e meraviglioso bosco dell'Archiforo.
Si riparte all'alba lasciando il Monastero di San Giovanni e inerpicandoci fino a raggiungere monte Cucolia ed arrivare alla Pietra del Caricatore, interessante monolita all'interno del bosco dell'Archiforo. Durante il tragitto siamo stati sorpresi da un forte temporale, che ci ha fatto ritornare bambini.


Etichette:
Calabria
Ubicazione:
Bivongi RC, Italia
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